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FELICITA' PUBBLICA

Felicità pubblica è un concetto che nasce con la scuola italiana di economia civile nella metà del ‘700 e viene poco dopo ripreso dall’illuminismo francese che ne fa uno dei suoi capisaldi culturali.

L’aggettivo “pubblico” è molto importante.

Per gli autori di quel tempo, come per noi, mette l’accento su due aspetti:

  • la felicità, diversamente dalla ricchezza, può essere goduta solo con e grazie agli altri, come già aveva insegnato Aristotele. I “beni relazionali”, quindi, assumono un’importanza cruciale per la felicità delle persone.

  • a differenza della felicità individuale, “privata” e personale, la felicità pubblica ha a che fare con le precondizioni istituzionali e strutturali che consentono ai cittadini di sviluppare (o, in assenza, di non sviluppare) la loro felicità individuale: gli economisti civili e più in generale chi si occupa di felicità pubblica, quindi, non pretende di insegnare alle persone l’arte di esser felici, ma supporta la politica e le istituzioni nel costruire le opportunità e occasioni per far sì che ciascuno possa essere felice e fiorire come persona (Zamagni, 2012).

In anni più recenti, dopo il fallimento “sul campo” del marxismo, e con una più chiara consapevolezza dei limiti del capitalismo, il concetto di felicità pubblica ha vissuto una fase di nuova diffusione, in particolare con lo sviluppo dell’economia della felicità.

Autori (e premi nobel) come Richard Easterlin, Amartya Sen, Daniel Kaneman, e in Italia Stefano Zamagni, Luigino Bruni, Pierluigi Porta, hanno insistito sul ruolo della politica e dell’economia come ambiti in cui, “pur riconoscendo l’operare di meccanismi psicologici che tenderebbero a neutralizzare soggettivamente i miglioramenti delle condizioni materiali” si devono creare “le condizioni oggettive di ben-vivere che poi rendano effettiva e praticabile una vita felice” (Bruni e Porta, 2006).

 

Parallelamente, e idealmente a partire dallo storico discorso di Bob Kennedy del 1968, gli studiosi hanno cercato di mettere a punto indicatori innovativi che potessero misurare il progresso non tanto in chiave economica (come fa il PIL), ma piuttosto sulla base dello sviluppo delle “precondizioni” oggettive su cui ciascuno può costruire la propria vita felice.

L’esempio italiano è costituito dal BES (Benessere Equo e Sostenibile), l’indicatore dell’Istat che dal 2013 mira a rendere il Paese maggiormente consapevole dei propri punti di forza e delle difficoltà da superare per migliorare la qualità della vita dei cittadini, ponendo tale concetto alla base delle politiche pubbliche e delle scelte individuali.

Bibliografia minima:

  • Zamagni, S. (2012), Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia (link).

  • Bruni, L. (2009), Economia e Felicità (link).

  • Bruni, L. e Porta, PL. (a cura di) (2006), Felicità e libertà, Guerini e associati, Milano.